Jammer nel carcere di Secondigliano: cos’è e come funziona. Per la prima volta in Italia è stata sperimentata con successo una tecnologia capace di inibire le comunicazioni mobili illegali all’interno di un penitenziario. Il test nel carcere napoletano di Secondigliano riapre il dibattito sulla possibilità di impedire ai boss di comunicare con l’esterno. Ma cosa fa realmente un jammer?
Un telefono cellulare può essere piccolo abbastanza da essere nascosto in pochi centimetri, ma all’interno di un carcere può trasformarsi in uno strumento capace di superare mura, cancelli e controlli. È proprio contro questo fenomeno che nel carcere di Secondigliano, a Napoli, è stato sperimentato un jammer nel carcere, un sistema tecnologico progettato per impedire le comunicazioni mobili non autorizzate.
La sperimentazione si è conclusa con successo il 23 settembre 2026 e rappresenta, secondo quanto annunciato dal sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, la prima esperienza di questo tipo in un istituto penitenziario italiano. L’obiettivo dichiarato è rendere inutilizzabili i dispositivi introdotti illegalmente nelle aree interessate dal sistema.
Ma che cos’è esattamente un jammer e perché se ne parla da anni come possibile soluzione al problema dei cellulari nelle carceri?
Cos’è un jammer
Il termine inglese jammer può essere tradotto come disturbatore o inibitore di frequenza.
Per comprenderne il funzionamento bisogna partire da un principio molto semplice: uno smartphone non comunica direttamente con un altro telefono. Per telefonare, inviare messaggi o collegarsi a Internet deve stabilire una comunicazione radio con la rete mobile.
Il jammer interviene proprio su questo collegamento.
In termini generali, il dispositivo genera segnali radio nelle bande interessate con l’obiettivo di impedire o disturbare la corretta comunicazione tra il cellulare e la rete.
Il risultato percepito dall’utilizzatore è semplice: il telefono può essere perfettamente funzionante, acceso e con la batteria carica, ma non riesce a utilizzare normalmente la rete mobile nell’area sottoposta all’inibizione.
È importante chiarire un punto: il jammer nel carcere non distrugge il telefono e non cancella ciò che contiene.
Agisce sulla possibilità di comunicare attraverso determinate reti radio.
Perché serve il jammer nel carcere
Il problema nasce dalla presenza illegale di smartphone e microcellulari negli istituti penitenziari.
A Secondigliano non si tratta di un fenomeno teorico. Il 29 luglio 2026, durante una perquisizione, la Polizia penitenziaria ha sequestrato otto telefoni tra smartphone e microcellulari, insieme a sostanze stupefacenti e altro materiale. Due apparecchi erano stati nascosti negli slip di detenuti.
Il Centro penitenziario “Pasquale Mandato” di Secondigliano è inoltre una struttura particolarmente delicata: secondo la scheda ufficiale del Ministero della Giustizia ospita una significativa presenza di detenuti classificati in Alta Sicurezza, anche appartenenti a organizzazioni criminali.
Ed è qui che un cellulare clandestino assume una rilevanza diversa.
Un detenuto in possesso di un dispositivo non autorizzato può teoricamente comunicare senza utilizzare i normali canali controllati dall’amministrazione penitenziaria.
Il problema degli ordini impartiti dal carcere
È questo l’aspetto sul quale ha insistito negli ultimi anni il procuratore di Napoli Nicola Gratteri.
Il 21 settembre, prima che venisse reso noto il nome dell’istituto scelto per la sperimentazione, Gratteri aveva confermato l’avvio del test spiegando di considerare i jammer nel carcere uno strumento per contrastare le comunicazioni dei boss detenuti con l’esterno.
Il problema è diventato ancora più complesso con l’evoluzione della tecnologia.
Un piccolo smartphone permette non soltanto di effettuare telefonate, ma potenzialmente di utilizzare sistemi di messaggistica, social network e servizi Internet.
Per questo sequestrare il dispositivo e impedirgli di comunicare sono due strategie differenti.
Metal detector, controlli, perquisizioni e altri sistemi cercano di trovare il telefono.
Un sistema di inibizione punta invece a fare in modo che, qualora il dispositivo riesca comunque a entrare clandestinamente, non possa collegarsi alla rete nell’area protetta.
Cosa è successo a Secondigliano
La sperimentazione napoletana rappresenta quindi un passaggio importante.
Secondo quanto comunicato il 23 settembre dal sottosegretario Balboni, i test dei disturbatori e inibitori di frequenza nel penitenziario si sono conclusi positivamente. Il sottosegretario ha annunciato l’intenzione di proseguire l’esperienza anche in altri istituti.
Anche l’Unione sindacati di Polizia penitenziaria ha accolto favorevolmente il risultato, sostenendo che durante la sperimentazione sia stato impedito ai detenuti interessati di utilizzare illegalmente i cellulari per comunicare. L’Uspp chiede che Secondigliano diventi il punto di partenza per una progressiva diffusione della tecnologia, affiancata però da personale e altri investimenti nella sicurezza.
Ma vengono bloccati anche i telefoni degli agenti?
È uno degli interrogativi più importanti.
Non sarebbe infatti accettabile risolvere un problema di sicurezza creandone un altro: il personale penitenziario deve continuare a disporre di comunicazioni affidabili, così come devono essere preservati i servizi autorizzati e le comunicazioni necessarie al funzionamento dell’istituto.
Ed è uno dei motivi per cui l’impiego di queste tecnologie in un ambiente complesso come un carcere richiede una progettazione estremamente controllata.
Già prima della sperimentazione, il Ministero della Giustizia aveva illustrato un progetto più ampio per la schermatura delle comunicazioni negli istituti. In una risposta parlamentare del settembre 2025 spiegava di lavorare anche a un sistema capace di distinguere le utenze autorizzate attraverso “White List” e “Black List”, evidenziandone la differenza rispetto ai jammer tradizionali.
La questione, quindi, non è semplicemente “accendere un disturbatore”.
Occorre circoscrivere gli effetti, tutelare le comunicazioni legittime e impedire interferenze indesiderate.
E le telefonate autorizzate dei detenuti?
Anche questo punto è fondamentale.
Bloccare i cellulari clandestini non significa impedire ai detenuti di comunicare legalmente con le proprie famiglie.
L’ordinamento penitenziario prevede modalità specifiche per la corrispondenza telefonica. Il Ministero della Giustizia spiega che il detenuto presenta una richiesta indicando persone e numeri con cui intende comunicare; il contatto viene effettuato attraverso i sistemi dell’istituto secondo le autorizzazioni, i tempi e le modalità previste.
Il jammer è quindi rivolto al problema opposto: la comunicazione clandestina effettuata attraverso dispositivi introdotti illegalmente.
È una distinzione essenziale.
Perché non basta semplicemente schermare tutto il carcere?
Perché un istituto penitenziario non è una scatola isolata dal resto della città.
Secondigliano, per esempio, è una vera cittadella penitenziaria di circa 384 mila metri quadrati, secondo il Ministero della Giustizia.
All’interno lavorano agenti, amministrativi, educatori, personale sanitario e numerose altre figure.
All’esterno ci sono quartieri, abitazioni, strade e normali utenti delle reti telefoniche.
Un sistema di questo genere deve quindi essere progettato in maniera tale da agire nelle aree interessate senza trasformarsi in un disturbo indiscriminato delle telecomunicazioni circostanti.
Ed è anche per questo che la sperimentazione assume importanza: non basta dimostrare che un jammer riesca a impedire a un cellulare di collegarsi. Occorre verificarne il funzionamento all’interno di un’infrastruttura reale e complessa.
Il jammer risolve il problema dei telefonini in carcere?
Non completamente.
Ed è la stessa Polizia penitenziaria a sottolinearlo.
Se un jammer può rendere molto meno utile un telefono clandestino, rimane necessario impedire che telefoni, droga e altri oggetti vietati entrino fisicamente negli istituti.
Il Ministero aveva comunicato nel 2025 di aver acquistato, a partire dal 2021, 560 portali metal e cell phone detector, 1.194 rilevatori manuali, 506 dispositivi portatili e 740 rilevatori di frequenze radio destinati al sistema penitenziario.
Esiste poi il problema dei droni, utilizzabili per superare fisicamente le mura e trasportare piccoli oggetti.
Il jammer rappresenta dunque un livello ulteriore della sicurezza, non necessariamente il sostituto degli altri.
Perché Secondigliano può diventare un laboratorio nazionale
È questo l’aspetto che rende l’esperimento napoletano particolarmente significativo.
Per anni la discussione sui jammer nelle carceri italiane è rimasta soprattutto sul piano delle proposte e delle richieste provenienti da magistratura e sindacati.
Ora esiste un primo test indicato dalle autorità come riuscito.
Il passaggio successivo sarà capire come la tecnologia verrà implementata, con quali garanzie e in quanti istituti.
Secondigliano potrebbe quindi diventare il laboratorio dal quale partire per costruire un nuovo modello di sicurezza delle comunicazioni nelle carceri italiane.
Perché le mura di un penitenziario possono impedire a una persona di uscire fisicamente.
Uno smartphone clandestino, invece, permette alla sua voce e ai suoi messaggi di oltrepassarle in pochi secondi.
Il principio del jammer è esattamente l’opposto: lasciare il telefono dentro, ma impedire alla comunicazione illegale di uscire.



