giovedì, Marzo 12, 2026

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L’analisi dell’avvocato Scarlato sul Referendum sulla Giustizia

A cura dell’avvocato Guglielmo Scarlato

Non credo nei fondamentalismi.
Non in quelli del “sì” pronunciato per appartenenza, né in quelli del “no” come riflesso ideologico. Proprio per questo, dopo una riflessione lunga, non partigiana e meditata, voterò no al referendum sulla giustizia.

Lo faccio senza fedeltà di campo.
Mi sono posto in contrasto con riforme del centrosinistra quando ho ritenuto che incidessero in modo improprio sull’equilibrio costituzionale, e mi pongo oggi in contrasto con le riforme del
centrodestra per le stesse identiche ragioni.

La Costituzione non è un bottino elettorale: è il limite che ogni maggioranza deve accettare. Comprendo le ragioni di chi sostiene la separazione delle carriere. Capisco l’argomento secondo cui essa rafforzerebbe la terzietà del giudice, sottraendolo anche solo
simbolicamente a una possibile prossimità culturale con il pubblico ministero. È una preoccupazione seria, non pretestuosa, che merita rispetto.

Ma se si guarda all’assetto complessivo dei poteri, emerge un dato che non può essere eluso: il rischio che un giudice possa essere, anche inconsciamente, influenzato dall’appartenenza allo stesso ordine del PM è meno insidioso del rischio sistemico che questa riforma introduce, cioè la costruzione di un pubblico ministero concepito fin dall’origine come accusatore puro.

Un PM formato in questo modo tende inevitabilmente a misurare il proprio valore sulla capacità di sostenere l’accusa e ottenere condanne. Col tempo, perde la cultura del limite, del dubbio, della misura. Si trasforma in un potere chiuso, autoreferenziale, occhiuto, sempre più distante dall’idea costituzionale della giurisdizione come funzione di garanzia.

E quando un potere dello Stato viene percepito come opaco e incontrollabile, la reazione è sempre la stessa: gli altri poteri cercano di ricondurlo sotto tutela. Non serviranno revisioni costituzionali esplicite. Basterà agire sul governo della polizia giudiziaria, sulle priorità investigative, sugli obblighi di
accertamento.

Così, paradossalmente, nel nome del controllo di un PM divenuto troppo forte, si aprirà la strada alla sua progressiva subordinazione politica. Questo è il vero pericolo per lo Stato di diritto. Ancora più subdolo è il meccanismo del sorteggio negli organi di autogoverno della magistratura. Qui la neutralità evocata è solo apparente.

Il magistrato sorteggiato viene descritto come indipendente.
In realtà diventa una monade isolata, priva di forza rappresentativa, senza un retroterra collettivo che ne sostenga l’autonomia.
Di fronte a lui non opera il pluralismo, ma un blocco maggioritario compatto, politicamente strutturato.

Il punto decisivo è questo: il sorteggio dei componenti parlamentari dei due CSM avviene all’interno di una lista precompilata, votata in blocco dalla maggioranza parlamentare.
Per evitare l’imprevedibilità dell’estrazione, quella lista sarà inevitabilmente composta secondo criteri di fedeltà e omogeneità.

La maggioranza non avrà alcun interesse a inserire figure realmente plurali. Al contrario, sarà spinta a inserire solo profili riconducibili a sé, così che il sorteggio avvenga sì formalmente, ma dentro un perimetro già politicamente controllato.

Oggi accade l’opposto.
Oggi si cerca un equilibrio membro per membro, nome per nome, attraverso un confronto tra maggioranza e opposizione. Domani questo equilibrio verrebbe cancellato: non più mediazione sul singolo, ma occupazione preventiva della lista.

Il risultato è paradossale: il magistrato sorteggiato, isolato e senza rappresentanza, sarà più vulnerabile di fronte a un sistema
dominato da un blocco maggioritario che si rinnova e si consolida nel tempo. Questo quadro diventa ancora più allarmante se lo si guarda nel suo insieme. Con il sistema attuale — e ancor più con le riforme proposte — una maggioranza parlamentare può:
 controllare il Parlamento attraverso liste bloccate, scegliendo di fatto gli eletti;
 eleggere il Presidente della Repubblica a maggioranza assoluta dal quarto scrutinio, senza la necessità di un consenso largo;
 determinare la composizione dei CSM;
 nominare una parte decisiva dei giudici della Corte costituzionale;
 e, attraverso il Presidente della Repubblica eletto da quella stessa maggioranza, incidere anche sulle nomine presidenziali alla Corte costituzionale, oltre al fatto che il Presidente presiede il CSM.

In questo modo, una sola maggioranza può arrivare a chiudere il circuito dei controlli:
Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica, autogoverno della magistratura, Corte costituzionale. Questo non è un dettaglio tecnico. È la negazione dell’equilibrio tra i poteri, che è l’anima della Costituzione repubblicana e di ogni democrazia fondata sullo Stato di diritto.

La nostra Carta nasce da una consapevolezza profonda:
che il potere, quando non trova limiti nel potere, degenera.
Che nessuna maggioranza, per quanto legittimata dal voto, può diventare proprietaria delle istituzioni di garanzia. Tutto questo avviene per mano di un Parlamento eletto con liste bloccate, composto da rappresentanti più nominati che scelti, che pretende di riscrivere una Costituzione nata da un’Assemblea costituente eletta con proporzionale pura, capace di rappresentare tutte le culture politiche del Paese.

Ho votato no nel 2016. Ho criticato la modifica del Titolo V quando venne approvata. Lo ribadisco oggi con la stessa coerenza: le riforme costituzionali fatte a colpi di maggioranza, senza un grande dibattito pubblico e senza una consapevolezza collettiva, non sono legittime, qualunque sia il colore politico di chi le propone.

Questa non è manutenzione dell’ordinamento. È un logoramento silenzioso, foglia dopo foglia, che rischia di svuotare la Repubblica della sua anima. Si discuta pure di giustizia, di efficienza, di riforme.
Ma lo si faccia con equilibrio, con rispetto, con senso dello Stato.
E prima di tutto si restituisca dignità alla rappresentanza democratica: aboliamo le liste bloccate, restituiamo ai cittadini il potere di scegliere. Perché una democrazia senza contrappesi non è più una democrazia. È solo il governo di chi, per un tempo, ha vinto. Ed è per questo, con rispetto per ogni opinione ma con piena coscienza della posta in gioco, che io voterò no.

Redazione BNItalia
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