sabato, Aprile 11, 2026

Ultime News

Related Posts

L’Italia ancora fuori dai Mondiali: un fallimento che non è più un incidente

Di Ciro Capasso

Zenica, 31 marzo 2026. Una notte che resterà impressa nella memoria collettiva del calcio italiano come uno dei capitoli più bui della sua storia recente. La Nazionale di Gennaro Gattuso, ridotta in dieci uomini dal 41’ per l’espulsione di Alessandro Bastoni, ha pareggiato 1-1 contro la Bosnia-Erzegovina (gol di Moise Kean al 15’ e di Haris Tabaković all’80’) e poi è crollata ai calci di rigore: 5-2 (o 4-1 secondo alcune ricostruzioni) per i padroni di casa. Errore di Pio Esposito, traversa di Bryan Cristante. La Bosnia vola ai Mondiali 2026 negli Stati Uniti, Messico e Canada – la sua prima partecipazione dal 2014, proprio l’ultima degli Azzurri. L’Italia, invece, resta a casa per la terza edizione di fila. Non era mai successo a una Nazionale quattro volte campione del mondo.

Non è una sorpresa improvvisa. È l’epilogo prevedibile di un declino strutturale che dura da anni. Ma questa volta la ferita brucia di più: perché arrivavamo da spareggi conquistati con fatica, perché il ct Gattuso aveva promesso “sangue e cuore”, perché in campo c’erano talenti giovani come Pio Esposito e perché, ancora una volta, la roulette dei rigori ha trasformato una partita equilibrata in una condanna senza appello.

Le cause immediate: un rosso che ha cambiato tutto

Analizziamo i fatti sul campo senza alibi. L’Italia è passata in vantaggio con una giocata di pura classe di Moise Kean, ma ha subito l’inferiorità numerica dopo un intervento duro di Bastoni (doppio giallo, decisione sacrosanta). Da quel momento in poi la Bosnia ha preso possesso del pallone, ha spinto con ordine e ha trovato il pari meritato con Tabaković, sfruttando la stanchezza azzurra nei supplementari.

Gattuso ha scelto un 4-3-3 pragmatico, ma la gestione della palla è stata troppo lenta. I centrocampisti (Barella, Cristante e compagni) hanno faticato a uscire dal pressing bosniaco. Donnarumma ha parato quanto poteva, ma non è bastato. E ai rigori – la lotteria che premia chi ha più freddezza – l’Italia ha pagato l’inesperienza di alcuni giovani e la tensione accumulata.

Eppure, ridurre tutto all’espulsione o agli errori dal dischetto sarebbe un errore da dilettanti. Quella partita è stata lo specchio di un problema più profondo.

Le cause profonde: un sistema in crisi

  1. La mancanza di un progetto tecnico chiaro Dopo l’addio di Mancini e il breve interregno Spalletti, Gattuso è arrivato con la fama di motivatore. Ma il calcio italiano soffre di un vuoto di identità: non abbiamo più il “catenaccio” evoluto degli anni d’oro né il possesso fluido delle grandi d’Europa. La Serie A produce pochi talenti di livello mondiale. I club investono in stranieri pronti, ma le giovanili arrancano. Risultato? Una Nazionale che, quando perde un pezzo (Bastoni), non ha alternative di pari livello.
  2. La fragilità psicologica e la gestione della pressione Zenica non era San Siro. Un catino da 10 mila spettatori inferociti ha amplificato ogni errore. L’Italia ha mostrato di non saper reggere l’“inferno” di una trasferta ostica. Lo stesso era accaduto contro la Macedonia del Nord nel 2022. La mentalità da “grande” si è persa strada facendo.
  3. Problemi di governance FIGC Le polemiche su stadi, infrastrutture, calendari congestionati e mancanza di investimenti nel settore giovanile non sono nuove. La Federazione ha cambiato presidenti e direttori tecnici, ma il risultato sul campo non cambia. Mentre Francia, Inghilterra e Germania producono generazioni su generazioni, l’Italia raccoglie briciole. Il gap con le big europee è diventato abissale.
  4. L’età media e il ricambio generazionale bloccato Kean e Bastoni sono punti fermi, ma intorno a loro manca continuità. I giovani entrano in campo con il peso di una Nazionale che non vince un Mondiale dal 2006 e un Europeo dal 2021 (e anche quello fu un miracolo).

Le conseguenze: un danno che va oltre il campo

Economico. La mancata partecipazione ai Mondiali significa perdere decine di milioni di euro: diritti TV, sponsorizzazioni, premi FIFA, indotto turistico e merchandising. La Serie A, già in difficoltà di appeal internazionale, subirà un altro colpo. Meno visibilità globale significa meno investimenti stranieri.

Di immagine. L’Italia non è più una potenza calcistica. I giornali europei titolano “L’incubo continua” o “Fallimento storico”. Per la terza volta consecutiva (2018, 2022, 2026) la Nazionale più titolata del mondo resta a casa. Il marchio “Azzurri” si svaluta. I tifosi, sui social, passano dalla rabbia alla rassegnazione. E i ragazzi nelle scuole calcio? Perdono il sogno di emulare Baggio o Totti.

Sul movimento. I club perdono motivazione per investire nei vivai. I talenti migliori scelgono campionati esteri già da giovanissimi. Il circolo vizioso si autoalimenta: meno Nazionale forte, meno interesse, meno soldi e meno sviluppo.

Politico e sociale. Ci saranno dimissioni? Riforme? Un nuovo ct? La FIGC è sotto accusa. Gattuso ha chiesto scusa con le lacrime agli occhi: «Avrei dato anni della mia vita per questo obiettivo». Ma le parole non bastano. Servono fatti: un piano quadriennale serio, investimenti obbligatori nei vivai, regole sul minutaggio degli under in Serie A.

Il futuro: 2030 è già domani

Non è la fine del calcio italiano. La storia insegna che dalle ceneri sono nate rinascite (pensiamo al 1982 o al 2006). Ma per rinascere serve umiltà. Serve riconoscere che il modello attuale è esaurito. Serve un commissario tecnico con visione a lungo termine, non solo carisma. Serve una Federazione che smetta di inseguire emergenze e inizi a costruire.

L’eliminazione contro la Bosnia non è solo una sconfitta ai rigori. È il segnale che il calcio italiano ha bisogno di una rivoluzione. Altrimenti, nel 2030, rischiamo di raccontare la stessa storia per la quarta volta. E a quel punto non sarà più una sorpresa. Sarà una scelta.

Ciro Capasso
Ciro Capassohttp://www.bnitalia.it
La passione per lo sport che si trasforma in giornalista... sognando San Siro.

Popular Articles