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Perché al telefono diciamo “pronto”?

«Pronto?». È probabilmente la prima parola che pronunciamo quando rispondiamo al telefono. Lo facciamo automaticamente, senza domandarci perché utilizziamo proprio questo termine anziché un semplice «ciao» o «buongiorno».

Per gli italiani è un’abitudine assolutamente normale, ma per molti stranieri può risultare curiosa: tradotta letteralmente, infatti, la nostra risposta suonerebbe come «ready», cioè «pronto», «preparato». Come ha fatto una parola che esprime disponibilità a trasformarsi in un saluto telefonico?

La spiegazione ci riporta alle origini del telefono e ai primi collegamenti effettuati attraverso i centralini.

“Pronto” non nasce come un saluto

Quando le reti telefoniche cominciarono a diffondersi, le chiamate non venivano stabilite automaticamente. Per mettere in comunicazione due persone era necessario l’intervento di un operatore, molto spesso una centralinista, che collegava manualmente le linee inserendo appositi cavi in un pannello.

Una volta stabilito il collegamento, veniva comunicato agli utenti che tutto era “pronto” e che la conversazione poteva cominciare. Quell’avviso tecnico sarebbe progressivamente entrato nel linguaggio degli abbonati, diventando la formula utilizzata per verificare che la linea funzionasse e che l’altra persona fosse in ascolto.

La stessa Accademia della Crusca riconduce la risposta telefonica “pronto” all’avviso con cui si comunicava che il collegamento era stato predisposto. Con il passare del tempo il significato originario si è attenuato e la parola ha assunto il valore di un vero saluto. Accademia della Crusca

Una spiegazione plausibile, ma senza una data precisa

Non esiste un documento che permetta di individuare con assoluta certezza il momento esatto nel quale gli italiani cominciarono a rispondere con “pronto”. La ricostruzione legata ai centralini resta, però, quella maggiormente condivisa.

L’espressione poteva essere utilizzata anche direttamente da chi riceveva la chiamata per comunicare: «Sono pronto ad ascoltare» oppure «La linea è attiva, possiamo parlare».

Da semplice verifica tecnica, quindi, “pronto” si è trasformato in una formula linguistica. È rimasto in uso anche dopo la scomparsa dei collegamenti manuali e ha attraversato tutte le evoluzioni del telefono: dagli apparecchi fissi con il disco ai cellulari, fino agli smartphone.

Negli altri Paesi si risponde diversamente non Pronto

Ogni lingua ha sviluppato una propria maniera di iniziare una conversazione telefonica. Nei Paesi anglofoni si utilizza generalmente “hello?”, mentre in Francia è comune “allô?”. In Spagna si può rispondere con “¿Diga?” o “¿Dígame?”, un invito rivolto all’interlocutore a parlare.

Invece, in Giappone è molto conosciuta la formula “moshi moshi”, soprattutto nelle conversazioni informali. In Germania, in particolare nei contesti professionali, è frequente presentarsi direttamente pronunciando il proprio cognome o il nome dell’azienda.

La risposta italiana resta una delle più caratteristiche: non saluta direttamente chi sta chiamando, ma dichiara che chi ha sollevato la cornetta è pronto a iniziare la conversazione.

Una parola sopravvissuta alla tecnologia

Oggi gli smartphone mostrano nome, numero e spesso persino la fotografia di chi chiama. Non abbiamo più bisogno di una centralinista e neppure di verificare manualmente che il collegamento sia stato completato. Eppure continuiamo a dire “pronto”.

È la dimostrazione di come le parole possano sopravvivere agli strumenti che le hanno generate. La tecnologia è cambiata completamente, ma quella piccola espressione nata agli albori della telefonia è rimasta nella nostra quotidianità.

La prossima volta che risponderemo a una chiamata, dunque, pronunceremo inconsapevolmente una parola che conserva un frammento della storia delle telecomunicazioni italiane.

Redazione BNItalia
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